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A ridosso del Festival di Sanremo, mi è capitato di leggere un articolo che analizzava il mercato musicale attuale. Numeri, strategie, trend, algoritmi. Tutto corretto, tutto perfettamente argomentato. Ma mentre leggevo, dentro di me cresceva una sensazione diversa.
Non era una riflessione tecnica. Era una riflessione di pancia. Di visione. Di responsabilità.
Perché quando lavori nella musica non puoi limitarti a osservare il mercato dall’esterno. Sei dentro.
Ne fai parte. Lo alimenti. Lo subisci. Lo costruisci o lo distruggi.
E allora mi sono fermata. E ho pensato. E se il vero problema non fosse la mancanza di talento?
E se fosse la mancanza di coraggio? Da qui nasce questo mio pensiero.

Negli ultimi quindici anni il mercato musicale ha progressivamente sostituito il rischio con la previsione. Non è scomparso il talento, né sono venute meno le competenze o gli strumenti tecnologici. È cambiato il modo in cui si decide cosa far emergere. Oggi la produzione musicale nasce sempre più spesso all’interno di un perimetro definito dai dati: analisi delle performance, studio dei trend, strutture già validate, dinamiche emotive che hanno dimostrato di funzionare.
Il risultato è un panorama che tende all’omogeneità. Cambiano i nomi, cambiano i volti, ma le architetture sonore restano simili. Strofe costruite per reggere trenta secondi di attenzione, ritornelli progettati per l’inserimento in playlist, produzioni che evitano tutto ciò che potrebbe risultare “non immediato”. Funziona? Sì. Converte? Sì. E proprio per questo viene replicato.
Il problema non è l’efficienza del sistema. Il problema è che l’arte non nasce per replicare ciò che è già stato validato. Nasce per spostare il confine. Quando la priorità diventa ridurre il margine di rischio economico, la sperimentazione viene relegata ai margini e il centro si riempie di formule rassicuranti. L’algoritmo non è il nemico: è uno strumento. Ma quando diventa il criterio primario di creazione, finisce per orientare anche l’immaginazione.
Non è vero che la musica coraggiosa non esiste. Esiste, e continua a esistere in ogni fase storica. Esistono artisti che osano linguaggi ibridi, produttori che lavorano su strutture non convenzionali, realtà indipendenti che costruiscono visioni coerenti nel tempo. Il punto è che il sistema di amplificazione — radio, piattaforme, investimenti marketing — tende a privilegiare ciò che garantisce ritorni prevedibili. Così si crea un circolo autoreferenziale: si propone ciò che ha già funzionato, il pubblico si abitua, i numeri confermano la scelta, e il modello si consolida.
Ma il pubblico vuole davvero solo questo? Oppure consuma prevalentemente ciò che gli viene offerto con maggiore visibilità? Ogni volta che emerge un progetto autentico, magari imperfetto ma riconoscibile, la risposta è spesso più forte del previsto. Perché le persone non cercano soltanto intrattenimento. Cercano identità, appartenenza, vibrazione. Cercano qualcosa che le rappresenti.
Criticare il sistema è semplice ma doveroso. Più complesso è costruire alternative sostenibili. Se si lavora nella musica — come artisti, produttori, etichette o organizzatori — la responsabilità non può fermarsi alla denuncia. Occorre creare spazi in cui il coraggio non sia un lusso, ma una possibilità concreta. Il mercato non cambia per indignazione: cambia quando un modello diverso dimostra di poter stare in piedi.
Il coraggio, oggi, non coincide necessariamente con la rottura radicale. A volte il gesto più innovativo è riportare al centro l’essenza: strumenti suonati davvero, parole che non hanno paura di pesare, produzioni che non chiedono il permesso alle tendenze del momento. Nuovo o antico non è la questione. Autentico sì. In un contesto dominato dalla standardizzazione, l’autenticità può diventare l’elemento più sovversivo.
La rivoluzione, se arriverà, non sarà algoritmica. Sarà culturale e noi contribuiremo al cambiamento. Riguarderà le scelte di investimento, la formazione del pubblico, la capacità di costruire comunità attorno a visioni artistiche e non solo a performance numeriche. E richiederà disponibilità al rischio: perdere qualcosa nel breve termine per costruire valore nel lungo.
La domanda, quindi, non è perché il mercato sia diventato prudente. La domanda è chi sia disposto a mettersi in gioco per cambiarlo.
A perdere soldi per cambiarlo. Chi vuole rischiare per costruire qualcosa di nuovo. Perché l’arte che piace a tutti raramente sposta qualcosa. E chi lavora nella musica con una visione non può limitarsi a occupare spazio: deve decidere che tipo di spazio vuole creare.
Il mercato musicale può aver perso il coraggio. Ma il coraggio non è scomparso. Esiste ancora, in attesa di chi scelga di assumerlo come responsabilità, non come slogan. Il mio lavoro è anche questo. 

PAKO MUSIC
Author: PAKO MUSIC

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