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Fa l’artista per cambiare se stesso o è artista perché vuole il cambiamento?

C’è una differenza sostanziale. E non è sottile.

Immaginiamo di dover coltivare un viale alberato. Non basta l’idea. Non basta l’entusiasmo iniziale. Non basta nemmeno un coordinatore capace. Serve presenza. Serve continuità. Serve che chi è coinvolto faccia la propria parte.

Un progetto condiviso non si regge sull’intenzione, ma sulla partecipazione.

Molti artisti parlano di “cambiamento”. Di rivoluzione. Di abbattimento delle gerarchie. Di riconoscimento identitario senza classismi. Finché l’energia è collettiva, finché la parola “rivoluzione” è ancora slogan, sono tutti coesi. Tutti fratelli. Stima reciproca. Visione comune.

Poi accade qualcosa.

Nulla ti gira intorno se giri intorno a te stesso.

La rivoluzione rallenta quando subentra l’appagamento individuale. Quando l’obiettivo non è più l’ideologia alla base, ma la propria collocazione all’interno del sistema. Quando il cambiamento funziona finché porta beneficio personale.

E qui emerge un altro elemento, meno romantico e più concreto.

“Non ho tempo.”
“Vorrei, ma…”
“È già tutto programmato fino a…”

È qui il primo vero errore.

Il cambiamento non è una manifestazione occasionale. È strategia. È costruzione. È continuità. Non richiede proclami, ma organizzazione. Non è un post, non è un DM, non è un annuncio condiviso nelle storie.

Molti hanno contatti, competenze, relazioni. Potrebbero attivare collaborazioni, creare reti, costruire alternative reali. Eppure pongono barriere preventive, paletti inutili, calendari blindati. Come se la musica dovesse essere sempre perfettamente pianificata, quando spesso è proprio l’imprevisto a generare qualcosa di autentico.

Si parla di rivoluzione, ma si lavora in venti su cento.
E il viale alberato cresce lento, quando potrebbe già essere ombra per molti.

Il paradosso è evidente: i benefici di un cambiamento sarebbero collettivi, ma lo sforzo resta individualizzato. E così si allungano i tempi. Si moltiplicano le lamentele. Si alimenta la frustrazione.

Chi “fa l’artista” finché conviene, rivoluziona se stesso.
Chi è artista davvero, continua a correre anche per gli altri.

Oggi l’arte ha bisogno di una cosa semplice e rara: altruismo.
Non retorica. Non appartenenza di facciata. Altruismo operativo.

La domanda, allora, è scomoda ma necessaria: voglio che le cose cambino davvero, o voglio che cambino finché ne ho un vantaggio io?

Viviamo anni che hanno insegnato diffidenza, competizione, misantropia. È più facile misurare risultati in numeri, cachet, visualizzazioni, messaggi privati, che in impatto reale. Ma non si può progettare qualcosa per cento persone e costruirlo in venti.

Il sistema non collassa per mancanza di idee. Collassa per mancanza di partecipazione.

E forse le lamentele dovrebbero placarsi quando i primi a non agire siamo noi.

Alberto Lupia

IL PUNTO DI VISTA di PaKo 

Il suo pensiero è lucido e necessario. Tocca un nervo scoperto del settore creativo: la distanza tra narrazione rivoluzionaria e pratica quotidiana. La forza del testo sta nella metafora del viale alberato e nell’idea che il cambiamento sia lavoro, non slogan.

Se posso aggiungere una riflessione: il rischio, oggi, non è l’assenza di artisti. È l’eccesso di individualismo mascherato da rivoluzione. Il vero cambiamento culturale non nasce dall’urgenza di emergere, ma dalla capacità di costruire strutture che restino anche quando il singolo si ferma.

E questo, sì, fa una grande differenza.

PAKO MUSIC
Author: PAKO MUSIC

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