Con “Tabu*”, Udi firma uno dei momenti più consapevoli del suo percorso artistico. Un brano che nasce dai limiti, dalle cose mai vissute e da quelle mai dette, trasformandole in una narrazione sospesa tra realtà e immaginazione. In questa intervista, l’artista racconta il senso profondo del singolo, il suo modo di scrivere e il rapporto con ciò che resta in ombra.

Bentornato sul nostro magazine, prova a dire qualcosa di te che possa attirare altri fan.
Un saluto ai miei sostenitori, se dico fan sento che un pò mi sto montando la testa! (ride)
“Tabu*” nasce da ciò che non hai mai vissuto: quando hai capito che anche l’assenza poteva diventare materia narrativa?
Quando ho capito che del tempo devi farne denaro, perché il tempo che hai a disposizione non è solo tuo, quindi devi reinventarti continuamente, altrimenti rimani al palo.
Nel brano l’immaginazione sembra avere un ruolo salvifico. È sempre stata una tua alleata o a volte anche un rifugio pericoloso?
No, pericolosa mai, quello che è salvifico non ti può tradire, la mia immaginazione mi ha salvato molte più volte di quanto sia disposto ad ammettere.
Quanto c’è di autobiografico in “Tabu*” e quanto, invece, appartiene a una dimensione più universale?
Sicuramente in Tabu* ho inserito molti miei tratti distintivi, una certa consapevolezza dell’incompiuto, come ossimoro alla base stessa dell’esistenza, poi tutti questi concetti, queste metafore, questi colori, cerco di universalizzarli. Non è facile restare coerenti con sé stessi pur sapendo che potresti non essere capito appieno.

Scrivere di ciò che non si è vissuto richiede una certa vulnerabilità. Ti sei mai sentito esposto mentre lavoravi a “Tabu*”?
No, perché la mia immaginazione mi salvaguarda tempestivamente.
La tua musica sembra muoversi lentamente, senza fretta. È una scelta consapevole?
Assolutamente si, altrimenti non avrei lo slancio per i brani successivi, che sono sempre i più belli!
“Tabu*” parla anche di confini emotivi. Qual è un confine che oggi senti di voler superare?
Non so se sia un confine emotivo che voglio superare, ma sicuramente la mia emotività mi espone particolarmente e in una marea di situazioni, a volte vorrei essere un pò meno permeabile.
Come riconosci quando una canzone è “finita”, soprattutto quando nasce da qualcosa di indefinito come “Tabu*”?
Perché la sua fine riporta inevitabilmente al suo incipit, amo sapere di poter chiudere un cerchio, fosse anche solo in senso figurato.

Se dovessi descrivere “Tabu*” a chi fatica a parlare di emozioni, cosa gli diresti?
Di trovarci dentro quello che vuole, al di là di tutto, la musica bisogna pur sempre ascoltarla.
Siamo giunti alla conclusione dell’intervista. C’è un aspetto che desideri condividere ma che non abbiamo avuto l’opportunità di chiederti? Potresti porti una domanda e condividere la risposta con noi?
Direi che siete stati abbastanza certosini, sicuramente con Tabu* sento di aver raggiunto un livello inesplorato prima, ma questo assunto perde di valore ogni qualvolta scrivo altro, perché è così che deve essere, un continuo mutare!
Conclusione
“Tabu*” non chiede risposte, ma ascolto. E Udi sembra abitare perfettamente quello spazio sospeso in cui le emozioni trovano finalmente voce.
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