Con “Lamù o Sampei?” Gianpaolo Pace firma un brano che è molto più di una canzone: è un viaggio emotivo tra ricordi personali e memoria collettiva. Tra nostalgia, ironia e consapevolezza adulta, questo progetto racconta una generazione cresciuta prima degli algoritmi, quando i sogni passavano dalla TV al cuore. Ne parliamo con lui in questa intervista.

Bentornato sul nostro magazine, prova a dire qualcosa di te che possa attirare altri fan.
Sono tornato dopo tanto tempo e ho intenzione di restarci.
“Lamù o Sampei?” è una domanda semplice ma potentissima: quando hai capito che poteva diventare il centro di una canzone?
La canzone parla di una generazione che forse, più delle altre, ha dovuto adattarsi a grandi cambiamenti senza avere scelta. Cambiamenti che riguardano tutti gli ambiti più importanti e complessi dell’esistenza: la politica, la società, l’economia, le abitudini e perché no, anche la musica. E ha fatto tutto questo mentre passava, più o meno passivamente, dall’analogico al digitale! Mi piaceva l’idea di riuscire a trovare un’immagine confortante, che andasse a coccolare i miei ricordi di bambino, su cui continuare ad avere una possibilità di scelta. Una scelta che può sembrare piccola e banale, ma che rimane comunque una scelta.
Quanto c’è di autobiografico in questo brano e quanto invece appartiene a una memoria collettiva?
Di autobiografico c’è letteralmente tutto. Infatti ora che un po’ di persone l’hanno ascoltato, ho scoperto anche che, di alcune cose, mi ricordo solo io!
Nel pezzo convivono leggerezza e ferite comuni: è stato difficile trovare questo equilibrio emotivo?
Credo, sinceramente, che sia una costante delle mie canzoni (ma anche del mio modo di vivere la vita). Anche quando sperimento la malinconia o la tristezza, mi piace sempre riuscire a trovare almeno un angolo per l’ironia.

La nostalgia è spesso vista come qualcosa di malinconico: per te è più rifugio o motore creativo?
Un esorcizzazione. Le cose che mi fanno male o che mi rendono tristi, mi piace sempre infilarle nelle mie canzoni. Mi aiuta davvero molto per la loro elaborazione. Dopo, di solito, mi sento (un po’) meglio. E mi costa meno di uno psicologo.
Se dovessi descrivere questo brano a qualcuno che non è cresciuto con quei riferimenti pop, cosa gli diresti?
Probabilmente parliamo di cose che non si possono realmente descrivere e far comprendere a chi non le ha vissute. Per cui mi concentrerei piuttosto a fargli capire l’importanza che ha la raccolta dei riferimenti pop in ogni periodo storico. Infatti la canzone non ha alcun intento di preferire i vecchi riferimenti ai nuovi. Credo che il punto sia davvero apprezzarli in quanto propri e caratterizzanti della propria generazione. Cosa che, poi, crea anche un profondo senso di appartenenza alla collettività e al tempo presente, prima che diventi passato.
Quanto ha influito il tempo che stiamo vivendo – veloce, digitale, algoritmico – nella scrittura di questo pezzo?
Chiaramente tantissimo. E per quanto è vero che il pezzo non esprime alcun giudizio negativo nei confronti del tempo di oggi, se una critica velata c’è, è proprio a me stesso. Credo che qualche lento piacere del passato io me lo stia più o meno consapevolmente perdendo. Chissà che mettere nero su bianco non aiuti anche me a riflettere.
Musicalmente, che tipo di atmosfera volevi creare per accompagnare i ricordi raccontati?
Qui sono per forza obbligato a chiamare in causa chi alla canzone, oltre a me, ha lavorato. E devo partire da Roby Grafio, il mio produttore, perché ha trovato l’atmosfera proprio perfetta: ha inserito su un tappeto abbastanza noir alcuni piccoli riferimenti elettronici della musica contemporanea, ad esempio. E non credo ci fosse modo migliore per seguire esattamente la contrapposizione generazionale proposta del testo. E poi il mixaggio di Fabio Morese ha rispettato e amplificato quanto di buono era stato prodotto e il master di Giovanni Versari ha proseguito egregiamente sulla scia.

Cosa speri che resti a chi ascolta “Lamù o Sampei?” dopo il primo, vero ascolto?
Che sopravviviamo e resistiamo sempre con tutta la forza che abbiamo ed è la cosa che più amo, in generale, degli umani. Non a caso la canzone inizia le strofe proprio con l’incipit “siamo sopravvissuti”. Ce l’abbiamo fatta noi, come quelli che sono venuti prima e come devono fare coloro che ci seguiranno. Con l’obiettivo di riuscire nel migliore dei modi a vivere, mentre si sopravvive.
Siamo giunti alla conclusione dell’intervista. C’è un aspetto che desideri condividere ma che non abbiamo avuto l’opportunità di chiederti?
Potresti porti una domanda e condividere la risposta con noi? L’unica cosa che mi sento di aggiungere riguarda il tema della scelta con cui si chiude il brano. La comprensione che, finché ne avremo una, è diritto e dovere (tante volte soprattutto dovere) continuare a scegliere. Perché quando si smette di farlo, semplicemente, c’è qualcuno che lo farà per noi.
Conclusione
“Lamù o Sampei?” non è solo una canzone, ma una piccola bussola emotiva che ci ricorda chi siamo stati e, forse, chi siamo ancora. Un progetto che parla di tempo, identità e memoria, con la delicatezza di chi sa che crescere non significa dimenticare.
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