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Recensione a cura di Massimo Comi, oggi ci parlerà di “Limiti”, l’ultimo inedito di Antonio Petrosino, un brano intimo, emozionante, dove Massimo andrà un po’ più nel dettaglio facendoci scoprire zone sconosciute del pezzo e magari dell’artista.

Una canzone che parte quasi con un sussurro, per poi crescere di intensità nel suo sviluppo. Non si può dire che il brano non sia ricco di immagini, molte di queste da interpretare, e non è detto che l’interpretazione che si da sia quella giusta.
L’autore comincia dicendo che nella sua vita è alla continua ricerca di alternative, se non lo aggrada il gusto che sente in bocca, l’amaro che percepisce nella propria saliva, per far nascere una ricerca, determinata da una mancanza, da qualcosa che vorrebbe fare o possedere e che invece non ha fatto o non possiede. I calici, che dovrebbero essere simbolo di qualcosa di festoso, perché vengono utilizzati durante i brindisi, hanno dei fuochi fatui che danzano su di essi, dei piccoli sprazzi di luce che si manifestano in luoghi particolari, come cimiteri, le paludi o gli stagni, quindi qualcosa di illusorio, non duraturo. La metafora dell’assenza di vita prende corpo nei versi successivi, che parlano di cadaveri di rapporti logori, quindi di qualcosa che pian piano si sta spegnendo, che sta perdendo la propria ragion d’essere, di spettrali colori, cosa che rimanda all’immagine dei fuochi fatui, apparizioni fugaci, in cui sembra esserci della luce, ma che poi si spegne dopo breve tempo. Tutto questo è la dimostrazione dei limiti che l’autore denuncia di avere: egli si chiede a che cosa serve aver ragione se non si ha un contraddittorio, questo sia nei rapporti di ogni giorno che nei rapporti amorosi. Ribadisce il concetto affermando che è il confronto a determinare la sua evoluzione, che vede persone apparentemente folli che ballano sotto una pioggia di stelle, cercando la polvere e rischiando la cenere, quindi rischiando di apparire delle persone fuori dal mondo nella visione degli altri, rischiando di fallire, ma mai senza prima averci provato.
Tutto questo è ciò che vuole provare a fare il nostro artista, che afferma che dovrebbe provare anche lui a ballare, e si chiede se lo sa fare, se anche lui può far parte della cerchia dei folli, che amano il rischio e non si adagiano su una vita piatta e priva di stimoli.
La canzone prende poi ancora più corpo e maggior peso, con la voce che si fa quasi disperata e assume un tono molto vibrante, appassionato: Antonio si accorge che le persone cercano sempre un pretesto per non prendersi la responsabilità di mettere in dubbio ciò che è consolidato. Ci si arrende poco prima del traguardo, tante volte senza accorgersi della forza del rumore che ci circonda, del rumore che fa la pioggia sotto cui danzano i folli: bisogna vedere se lui e se quella che può essere considerata la sua lei sono in grado di ballare.
Il brano torna poi ad assumere toni sommessi, e l’autore di vede nell’immagine che gli offre la fotocamera del proprio telefonino, che risulta invertita: si accorge così di avere una brutta cera, forse anche per colpa dell’atmosfera della città in cui si trova, che sembra apparire come la Gotham City di Batman, quindi grigia e oscura, città nella quale lui non si sente l’eroe, ma uno dei “cattivi”, Two Face, un uomo che ha conosciuto la sofferenza e che mostra una doppia identità. A questo punto, la canzone torna a parlarci per immagini, descrivendo la presenza di buchi neri, entità oscure che assorbono e inglobano tutto ciò che le circonda, piene di cocci di vetro: l’autore cerca di non farsi attrarre da questi buchi neri, cercando di rimettere ordine nelle proprie emozioni, che si sono disperse in nebulose da pulire e cercando appigli a cui attaccarsi per non farsi trascinare. Egli si trova in mezzo alle costellazioni, in un cielo oscuro, in cui i propri limiti trovano un’espressione dura e forte.
A questo punto, riparte il ritornello, che anima di nuovo la canzone, con il confronto ad indicare la via giusta per evolversi e la consapevolezza che è necessario imparare a ballare per sopravvivere.


Poi, si ritorna a spiegare le ragioni della propria sofferenza: siamo indecisi, ci culliamo nella nostra confort zone, perché abbiamo paura appunto di soffrire se ci esponiamo troppo, senza capire che serve soffrire un po’ per raggiungere la saggezza. Bella l’immagine successiva: siamo talmente insicuri che abbiamo ancora le rotelle attaccate alle nostre biciclette, come se avessimo bisogno di un appiglio, come si diceva prima, per sorreggerci nella nostra insicurezza.

Per imparare, per essere capaci di affrontare la vita, è necessario prima cadere: senza un po’ di sofferenza non si raggiunge la vera consapevolezza. Antonio conclude la sua riflessione sul senso della vita e di ciò che ci accade dicendo che non ha mai visto nessuno cambiare senza prima fallire, come se quest’ultima fosse una condizione necessaria per crescere e diventare dei veri uomini.
La canzone si conclude poi ancora con una parte del ritornello: si cerca sempre una scusa per non andare avanti, per non assaggiare il gusto del rischio, senza rendersi conto che molte volte il traguardo è più vicino di quanto ci sembra.
Il rumore non cessa di farsi sentire, la pioggia non smette, e bisogna provare ad essere folli e a ballare sotto di essa, per essere così in grado di cambiare.
Cosa ci resta alla fine? Una ballata che cerca di rivelarci il senso della vita, che assume maggior forza e maggior vigore quando il suo messaggio diventa anch’esso più forte e vigoroso.
La linea melodica è essenziale, con un beat di percussioni che accompagna degli accenni strumentali, di quella che sembra una chitarra acustica, soprattutto all’inizio del brano. A me pare, ma non vorrei sbagliarmi, che ci siano anche delle linee di tastiera: in alcuni punti, gli strumenti di supporto si silenziano, per lasciare spazio alla voce, che a me sembra piuttosto matura, in grado di sussurrare come di urlare il proprio risentimento e la propria frustrazione.

Si tratta di una vocalità ruvida e graffiante, che proprio per queste caratteristiche risulta interessante e coinvolgente.
In alcuni tratti può apparire irriverente e aggressiva, ma lo sembra perché esprime tutto lo struggimento del cantante, che vorrebbe saper danzare e aver il coraggio di rischiare, per uscire dalla propria confort zone ed affrontare i rischi che la vita può comportare, per poter crescere e diventare uomini migliori.
Se non lasciamo che la vita ci metta alla prova, non potremo mai capire quali sono i nostri limiti e fino a dove ci possiamo realmente spingere.
E’ necessario, come dice il titolo, spingersi verso l’estremo, verso i propri limiti, per capire dove si può veramente arrivare, rischiando anche, perché senza provarci non si può mai dire di aver vissuto veramente.
Devo ammettere che la voce di Antonio è stata capace di emozionarmi, di trasmettermi degli impulsi potenti e vigorosi, che mi hanno reso più convinto delle mie possibilità e mi hanno spinto ad arrivare fino all’estremo, per capire dove posso realmente essere, collocarmi.
Sono ansioso di ascoltare altre sue canzoni, perché, come dice lui, i suoi brani trasmettono emozioni e, attraverso le immagini, riescono a dare indicazioni e trasmettere sensazioni, utili per affrontare la vita nel modo giusto, senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà, ma traendo proprio da esse la forza per diventare delle persone vere.

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