Con “Resto Fuori”, Spectrum Vates costruisce un disco che sceglie di prendersi spazio, tempo e profondità. Ventuno tracce che attraversano lutto, rabbia, desiderio, famiglia, vergogna e resistenza senza inseguire scorciatoie o formule facili. Un album che riporta il rap verso la centralità della scrittura e della narrazione personale, trasformando ogni brano in un tassello di un racconto più ampio e coerente.

Bentornato sul nostro magazine, prova a dire qualcosa di te che possa attirare altri fan.
Ciao a tutti amici dell’introspezione. Io sono Spectrum Vates, uno che usa il rap per dare un ordine al caos che ha dentro. La mia musica nasce dalle emozioni più difficili da spiegare a voce e prova a trasformarle in immagini, simboli, dettagli che restano addosso. Non inseguo il pezzo da consumare in quindici secondi: preferisco scrivere qualcosa che magari richieda più tempo, ma che possa accompagnarti anche dopo mesi o anni. Se cercate una musica che non abbia paura di essere fragile, scomoda e vera, allora forse nel mio mondo potreste sentirvi meno soli.
“Resto Fuori” è un album molto lungo per gli standard attuali. Hai mai avuto paura che scegliere ventuno tracce fosse controproducente in un’epoca in cui tutto deve essere veloce?
Sì, il pensiero c’è stato. Oggi sembra che tutto debba durare poco: canzoni, emozioni, attenzione. Però “Resto Fuori” non poteva essere ridotto. Sarebbe stato come togliere pagine a un diario o strappare capitoli a un libro. Ogni traccia aveva una funzione precisa all’interno del percorso e volevo che il disco desse proprio quella sensazione: attraversare qualcosa, non semplicemente ascoltare una playlist. Magari è una scelta controcorrente, ma io credo ancora che certi lavori debbano prendersi il tempo necessario per respirare.
Nel disco il dolore non viene mai reso “comodo” per chi ascolta. Quanto è stato importante lasciare anche le parti più scomode e irrisolte della tua scrittura?
Era fondamentale. Il dolore vero non è lineare, non è pulito e soprattutto non arriva con una morale finale pronta da servire. Molte volte nella musica si tende ad addolcire tutto per renderlo più immediato o condivisibile, ma io non volevo tradire quello che provavo. Alcune ferite nel disco restano aperte perché anche nella vita reale lo sono ancora. E penso che proprio lì dentro ci sia la parte più umana della scrittura.
“Superplastico” e “A testa in su” mostrano lati molto vulnerabili del tuo percorso. Ti pesa trasformare certe esperienze personali in musica?
Dipende. Quando scrivo non penso subito al fatto che quelle parole verranno ascoltate da altre persone. In quel momento è quasi una necessità fisica, come buttare fuori qualcosa che altrimenti resterebbe bloccato dentro. Il peso arriva dopo, quando realizzi che certe immagini appartengono davvero alla tua vita e non sono più soltanto tue. Però credo che la vulnerabilità abbia un valore enorme nell’arte. Se tolgo quella, tolgo anche la verità.

In “Grazie” e “Novembre” la famiglia diventa centrale. Cosa cambia quando smetti di parlare solo di te e lasci entrare certe persone nei tuoi testi?
Cambia tutto, perché smetti di guardarti allo specchio e inizi a guardare ciò che ti ha costruito.
“Novembre” è probabilmente uno dei brani più dolorosi che abbia mai scritto, perché nasce da ricordi concreti, domestici, impossibili da filtrare. In “Grazie” invece c’è il bisogno di riconoscere chi mi è rimasto vicino anche quando io stesso facevo fatica a restare in piedi. Quando inserisci la famiglia nei testi non stai più raccontando soltanto il tuo dolore, ma anche l’amore, i sacrifici e le assenze che ti hanno formato.
Hai definito il tuo stile “Conscious emotional rap”. Pensi che oggi nel rap italiano ci sia ancora spazio per dischi che vogliono far riflettere davvero?
Secondo me sì, anche se è uno spazio più silenzioso rispetto ad altri. Oggi la musica va velocissima e spesso si punta più all’impatto immediato che alla durata emotiva delle parole. Però vedo ancora persone che hanno bisogno di sentirsi comprese, non solo intrattenute. Il conscious emotional rap nasce proprio lì: dall’idea che puoi unire introspezione e impatto emotivo senza perdere autenticità. Forse non sarà mai la strada più facile, ma è quella che sento mia.
“Resto Fuori” sembra quasi un manifesto contro l’omologazione. Nella tua vita quotidiana, cosa significa davvero restare fuori?
Significa non accettare per forza tutto quello che il mondo ti chiede di essere. Restare fuori non vuol dire sentirsi superiori o isolarsi dagli altri, ma proteggere la propria identità anche quando sarebbe più semplice uniformarsi. Io mi sono sentito fuori posto tante volte: nei rapporti, nei contesti sociali, perfino nella musica. Però col tempo ho capito che proprio quella sensazione di estraneità era anche la mia forza creativa.
Nel disco convivono rabbia, amore, desiderio e resistenza. Qual è stata l’emozione più difficile da mettere in musica?
La vergogna. Perché la rabbia la urli, il dolore lo racconti, l’amore in qualche modo lo condividi. La vergogna invece tende a nascondersi, ti fa abbassare lo sguardo. In alcuni brani del disco ho provato a darle una forma senza mascherarla troppo e credo sia stata la parte più complicata da affrontare.

Dopo questo album, senti di aver trovato definitivamente la tua identità artistica oppure pensi di essere ancora in trasformazione?
Penso di aver trovato una direzione molto precisa, ma non una forma definitiva. “Resto Fuori” mi ha aiutato a capire meglio chi voglio essere artisticamente: qualcuno che mette la scrittura al centro e che prova a trasformare il rap in un archivio emotivo. Però spero di restare sempre in trasformazione, perché quando un artista smette di cambiare rischia anche di smettere di cercare.
Siamo giunti alla conclusione dell’intervista. C’è un aspetto che desideri condividere ma che non abbiamo avuto l’opportunità di chiederti? Potresti porti una domanda e condividere la risposta con noi? Anzi, forse, ne abbiamo ancora una come sono nate le collaborazioni? Come hai scelto gli artisti? Avresti voluto anche altri Feat?
Le collaborazioni del disco sono nate tutte in maniera molto naturale. Non volevo featuring messi lì solo per allargare il pubblico o seguire logiche strategiche. Cercavo persone che potessero entrare emotivamente nel mondo del disco senza snaturarlo. Biem, Al Vox, Diego Fabbri e Melmeat hanno portato qualcosa di personale ai brani, senza mai rompere l’equilibrio del progetto.
Per quanto riguarda altri feat, sì, ci sono artisti con cui mi piacerebbe collaborare in futuro, ma credo che “Resto Fuori” avesse bisogno soprattutto di coerenza emotiva.
Era un disco molto intimo e aggiungere troppe presenze avrebbe rischiato di spezzare quella sensazione di monologo interiore che attraversa tutto il progetto.
La domanda che mi farei da solo forse è questa: “Hai paura di restare davvero fuori?”. La risposta è sì. Però ho ancora più paura di perdere me stesso pur di entrare dove non mi riconosco.
Conclusione
“Resto Fuori” non cerca di adattarsi al tempo veloce della musica contemporanea. Spectrum Vates sceglie invece di rallentare, scavare e lasciare spazio alle parole. Ed è proprio questa scelta a rendere il disco riconoscibile: un lavoro che non rincorre l’immediatezza, ma prova a lasciare un segno più profondo.
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