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L’intervista di oggi è a un nostro collaboratore, Massimo Comi; ultimamente è uscito il suo libro “Fretlesswords: Rock and roll feelings”, con questa chiacchierata possiamo conoscerlo meglio e per chi volesse può anche comprare il libro, cliccando sull’immagine.
Editore: NeP edizioni
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 17 febbraio 2021 –                                          CLICK SULL’IMMAGINE PER COMPRARE IL LIBRO

Ciao Massimo, siamo abituati a leggere le tue recensioni ma finalmente abbiamo l’occasione di conoscerti un pochino meglio, attraverso questa intervista, conosciamo i tuoi gusti che, già dal titolo del libro, si possono intuire. Partiamo subito con la prima domanda….

– Perché intitolare in inglese un libro scritto in italiano? E qual è stata l’idea alla base della nascita del libro?

Diciamo che “Fretless” era una parola che mi frullava in testa da un po’ di tempo, da quando ho scoperto quel genio del basso elettrico chiamato Jaco Pastorius: ho pensato che si potesse bene adattare prima al titolo del mio blog e poi a quello del libro. Ci ho aggiunto un’altra parola inglese, cioé “words”, per comunicare il senso di libertà che volevo trasmettere attraverso i miei scritti: come un basso “fretless”, che non ha i tasti e lascia all’esecutore la libertà di suonare, anche le mie parole avrebbero dovuto essere libere, senza vincoli, per poter trasmettere tutte le emozioni che sentivo dentro. Mi sono trovato un giorno ad avere più di 50 articoli scritti nel mio blog e ho pensato: “Perché non riunirli in un’opera sola, secondo un filo conduttore che sia rappresentato dalle emozioni?”. Poi, inevitabilmente, ho scelto quelli che mi sembravano più pregni di significato e più gradevoli da leggere, in modo da non annoiare il lettore. Volevo mostrare agli altri una parte di me che fino a quel momento era rimasta nascosta, cioé quella dei sentimenti legati alla musica, mia compagna di vita.

– Puoi spiegarci brevemente come si articola il libro nelle sue parti?

Il libro si articola in tre parti essenziali: una prima in cui lego l’aspetto musicale a quello della mia vita quotidiana e a quello delle mie riflessioni personali, per esempio parlando di come ho iniziato a suonare la chitarra classica o di quanto secondo me sia importante la copertina per il successo di un disco, una seconda in cui presento e descrivo in modo “emozionale” i gruppi e gli artisti che più mi hanno impressionato nella storia della musica (con qualche eccezione, ma rimedierò) ed una terza in cui parla più direttamente delle emozioni che mi fa provare la musica, raccontando le sue caratteristiche principali secondo il mio modo di vedere, parlando quindi di aspetti quali il suo essere universale, democratica e disponibile per tutti.

– Qual è la parte del libro che ti è piaciuto di più scrivere, se ce n’è una?

Diciamo che la parte che ho scritto con più “leggerezza” e sincerità è la prima, in cui racconto la mia esperienza personale con la musica e le mie riflessioni individuali su alcuni suoi aspetti. Mi sono anche divertito a “giocare” un po’ con i numeri e l’alfabeto, cercando cioè un numero che fosse ricorrente nella storia della musica e una serie di termini musicali per ogni lettera dell’alfabeto. Questo “gioco” ha stimolato molto la mia immaginazione nella terza parte.

– Ci sono degli artisti fra quelli che hai descritto che ti emozionano più degli altri?

Diciamo che i Led Zeppelin sono il mio gruppo preferito da quando li ho scoperti, per la loro capacità di trasformare in oro tutto quello che hanno toccato, con la loro aura magica e il loro eccezionale talento. In generale, comunque, amo in qualche modo tutti gli artisti e i gruppi che ho descritto all’interno della seconda parte, magari con una leggera preferenza per alcuni chitarristi, quali Eric Clapton, Rory Gallagher, Jimi Hendrix e Stevie Ray Vaughan, e anche per alcuni artisti non strettamente rock, quali Aretha Franklin, Michael Jackson, Tina Turner e Stevie Wonder. Fra i gruppi posso citare gli Who, per la loro straordinaria capacità di suonare live e naturalmente i Beatles e i Rolling Stones, due formazioni fondamentali per la diffusione del verbo del rock and roll, ma anche di una certa avangaurdia musicale.

– Perché parlare di emozioni in quello che a tutti gli effetti è un saggio musicale?

Le emozioni sono il fattore che mi ha sempre guidato nel mio rapporto con la musica: credo che, se smettessi di emozionarmi ascoltando un brano musicale, cesserei del tutto di ascoltare musica. Ogni canzone, ogni artista e ogni gruppo mi trasmette qualcosa che non può essere descritto in termini tecnici, ma solo in termini di sensazioni ed emozioni: si tratta di tutto ciò che ha toccato il mio cuore e lasciato una traccia indelebile nel mio animo, provocando in me un moto e un’onda irrefrenabili di stati d’animo, che ho cercato di descrivere a parole. Devo dire che tradurre in parole ciò che la musica mi fa sentire dentro mi risulta piuttosto facile.

– Da cosa nascono le tue riflessioni sulla musica che fanno da sfondo ad alcuni capitoli?

Direi che nascono dalla mia voglia di mettermi in gioco, di pensare in modo alternativo alla musica e alle sue caratteristiche, senza perdersi in troppi nozionismi tecnici, ma lasciando che la mente giocasse e si divertisse a tradurre in parole ciò che provavo dentro. Mi è venuto quasi spontaneo cercare di rispondere ad alcune domande che mi frullavano in testa nei riguardi della musica, anche attraverso alcuni giochi con i numeri e l’alfabeto, il tutto per rendere più interessante ciò che ho scritto e fruibile anche a un pubblico di lettori che non fossero solo gli appassionati di rock.

– Dalla lettura del libro si capisce che ascolti vari generi di musica, ma qual è il tuo genere di riferimento? Da cosa pensi sia nata la tua passione per la musica?

Il mio genere principale di riferimento è il Classic Rock, quello suonato dalle grandi e storiche band, dalle formazioni tipiche, con chitarra, basso e batteria. Successivamente, grazie ai consigli di vari amici, mi sono aperto ad altri generi, quali il blues, il soul, l’R’n’B, il funk, l’heavy metal e l’hard rock. Ma il genere specifico a cui posso assimilare la mia esperienza musicale resta il rock classico, quello che ha costiuito le fondamenta del genere e dal quale tutto il resto è partito. Amo le strutture musicali e orchestrali tipiche perché sono cresciuto con esse, ma, come detto, non disdegno le derivazioni e le variazioni di qualsiasi tipo.

– Quanto tempo hai impiegato a scegliere e mettere insieme gli articoli presenti nel libro?

Diciamo che la raccolta e la scelta degli articoli, oltre alla loro organizzazione in parti, secondo un filo conduttore ben definito, mi ha preso alcuni mesi. E’ stata una fase molto complessa, ma allo stesso tempo incentivante, perché ha messo alla prova tutte le mie capacità organizzative e selettive: ne sono uscito più consapevole dei miei mezzi e soddisfatto di quanto avevo fatto. Avevo a diposizione molti articoli interessanti, e scegliere quelli che ritenevo i migliori non è stato semplice, ma mi ha dato grossi stimoli.

– Il tuo stile di scrittura è stato influenzato da qualche scrittore in particolare?

Essendo alla mia prima opera letteraria, non mi vengono in mente dei nomi di scrittori che abbiano potuto influenzarmi in particolare. Diciamo che ho cercato di sfruttare il flusso emozionale che mi hanno procurato i diversi libri che ho letto, che fossero gialli, ironici o musicali, per proiettarlo nel mio modo di scrivere: si dice che chi legge tanto è capace anche di scrivere bene, e penso che questo possa valere un po’ per tutti, se ci si applica con tanto impegno e dedizione. Se leggi molte opere di generi diversi, è naturale e fisiologico secondo me che ne resti traccia nel modo in cui scrivi, che esso diventi articolato e assuma diverse sfaccettature, oltre a risultare vario e non assimilabile, appunto, in un genere solo.

– A che tipo di pubblico di lettori si rivolge il tuo libro?
Io spero che il mio libro possa essere letto da un ampio spettro di lettori, perché credo che anche chi non si intende troppo di musica e chi non la ascolta così spesso, possa trarre insegnamenti interessanti e nozioni utili alla propria crescita musicale. Non ho scritto questa mia prima opera letteraria perché fosse letta da una selezionata tipologia di lettori, ma perché potesse favorire la più ampia adesione da parte del pubblico dei lettori a ciò che comunica e al messaggio di cui si fa veicolo. Dato che ho definito la musica come qualcosa di democratico, che non lascia indietro nessuno, vorrei che anche il mio libro facesse lo stesso, dando la possibilità a tutti di gustarsi un’opera letteraria dai tratti universali, in grado di attrarre l’interesse di persone dai gusti musicali diversi, proprio perché la sua caratterizzazione fa della varietà una delle sue cifre distintive.

– Credi di essere riuscito a mostrare attraverso il libro l’aspetto della tua personalità che avevi tenuto nascosto?
Credo proprio di sì, perché nello sviluppo della mia opera riesce a disvelarsi un tratto per così dire “sentimentale”, emozionale, che fino a questo momento avevo tenuto in disparte. Il mio libro dà la possibilità a ciascun lettore di scoprire una parte di me molto più legata alle sensazioni, agli stati d’animo che provo quando ascolto la musica. Fin dalle prime pagine emerge in tutte le sue caratterizzazioni il mio rapporto con quella che chiamo “la mia amica” e, a mano a mano che l’opera di dipana emerge un numero sempre maggiore di tratti distintivi della mia relazione con la musica, che mi dà sostegno e conforto nei momenti difficili, allegria e gioia di vivere in quelli più belli e ispirazione in quelli in cui mi sento un po’ a corto di fiato e di idee.

– Se dovessi spiegare a un ragazzino che cos’è la musica, quale articolo o quale parte del libro sceglieresti?
Credo che sceglierei l’articolo sul primo disco dei Led Zeppelin, gruppo che io ho venerato e venero tuttora, perché credo che questo capitolo dia un’idea più esatta e calibrata di cosa significa produrre musica “esplosiva”, in grado di stupire l’ascoltatore e lasciarlo interdetto, minando le sue certezze. Credo però che ognuna delle tre parti del libro possa dare insegnamenti validi a chi si accosta per la prima volta al mondo della musica, perché si parla di esperienze, vissuti, sensazioni, stati d’animo legati alla musica stessa, da tre punti di vista diversi, ma altrettanto istruttivi e caratterizzanti: la mia storia personale, i miei artisti di riferimento e le mie idee sulle caratteristiche fondative della musica, oltre ai miei giochi con i numeri e le lettere dell’alfabeto, per dare una dimensione anche un po’ “ludica” alla mia opera. Secondo me, raccontare l’esperienza emozionale che si è avuta nei confronti di un certo artista e della sua musica non può che risultare una fattore determinante per la crescita di una persona che si accosta per la prima volta ad un mondo così variegato e pieno di sfumature, in grado di dare moltissime soddisfazioni, se sperimentato e affrontato nel modo giusto, con uno spirito ricettivo e pronto.

– Se dovessi formare la tua band ideale con gli artisti che hai menzionato nel libro, chi sceglieresti?
Sarebbe troppo facile rispondere che la mia band ideale è costruita dai quattro membri dei Led Zeppelin. Quindi, metto Freddie Mercury alla voce, Stevie Ray Vaughan alla chitarra, Ginger Baker alla batteria e Jaco Pastorius al basso. In cielo si staranno sicuramente divertendo con questa batteria di assi musicali, passati alla storia ed entrati nel mito per il loro talento, ma anche per il loro carattere, spesso fuori dagli schemi e non inquadrabile in modo perfettamente ordinato.


– Stiamo vivendo tutti un periodo allucinante per colpa di questa pandemia, credi che la musica aiuti in qualche modo a stare meglio?
Se non ci fosse la musica, come sarebbe il mondo?

Secondo me la musica costituisce un balsamo per l’anima, perché la sua presenza non può che migliorare il nostro vissuto quotidiano, qualunque cosa stiamo facendo e qualunque sia il nostro stato d’animo in un determinato momento. Se si è tristi, può portare allegria, se si hanno dei problemi, può aiutare la mente a rasserenarsi e a trovare le soluzioni più adatte, se si è felici, è in grado di sottolineare questo stato di gioia e amplificarlo, rendendolo di portata universale e contagiando le persone che stanno intorno. Ascoltare la musica è benefico, terapeutico: recentemente, ho letto un libro che spiegava come, attraverso la musica, si riuscisse a far compiere dei movimenti e addirittura in qualche caso a far ballare delle persone che, a causa di una malattia degenerativa, di un incidente o di un’operazione delicata al cervello, avevano apparentemente perso ogni attitudine motoria. Raramente, quando scrivo qualcosa, che sia un articolo o una recensione, non sono accompagnato dalla musica: credo che essa sia una delle maggiori fonti di ispirazione che esistono al mondo, in grado di liberare la mente e di farla ragionare meglio, per cogliere le sfumature più importanti della realtà.
Credo che se non ci fosse la musica, il mondo sarebbe coperto da una cappa grigia e cupa, che affosserebbe ogni volontà e ogni desiderio delle persone, rendendole quasi degli automi, impossibilitati a vivere e a gustare la bellezza di ciò che li circonda. L’umanità e il mondo avrebbero ben poca ispirazione e nascerebbero molte meno idee in grado di rivoluzionare la concezione tipica delle cose. Tutto sarebbe immobile, fermo, impossibilitato a progredire: se non ci fosse la musica, non ci sarebbe nemmeno il ballo, che è una delle prime e principali espressioni che l’uomo ha utilizzato per comunicare. Mancherebbe dunque anche gran parte della comunicatività insita negli esseri umani, i dialoghi sarebbero piatti e perderebbero subito l’abbrivio e l’interesse. Gli uomini non avrebbero modo di sfogare i propri istinti in modo naturale e forse arriverebbero a compiere azioni di cui poi si pentirebbero. Insomma, il mondo sarebbe molto peggio di quello che è adesso: se, nonostante tutto quello che sta subendo, riesce ancora a regalare meraviglia e stupore, questo è anche merito della musica.

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