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Nuovamente con noi l’appuntamento delle recensioni, sempre il nostro Massimo Comi dedica il suo tempo a questo spazio, con nuove canzoni. Oggi è il momento di “Ero solo un bambino” di Marco Galimberti, dove il brano viene analizzato punto per punto. Fateci sapere il vostro pensiero e mi raccomando andate ad ascoltare il brano, potete trovarlo su tutti gli store e nelle nostre playlist.

Una canzone vera, sincera e autentica, che sa esprimere il proprio malinconico e implorante il proprio messaggio con un testo piuttosto significativo ed espressivo.

Il brano segna un ritorno all’infanzia da parte del suo autore, un periodo nel quale aveva sogni puri e disinteressati, quando si recava a scuola con lo zaino in spalla e la sua musica preferita nelle orecchie, aspirando a diventare bravo come i cantanti di cui era appassionato.

Uno dei compiti che assolve la musica è quello di trasmettere emozioni vere, non filtrate, immediate, e devo dire che questa canzone ci riesce, con la sua introduzione fatta di voce e pianoforte, che poi si va man mano ad arricchire con quello che sembra il suono di una chitarra, la quale esegue alcuni accordi, e con il contributo di alcuni strumenti ad arco. Ad un certo punto del brano, si innesta nella sua struttura complessiva un beat di accompagnamento, con un ritmo piuttosto lento, che va a sottolineare lo struggente rimpianto per gli anni della fanciullezza, e la richiesta di non essere fermato, proprio adesso che sta suonando e cantando, come voleva fare quando era appunto un bambino.

Il nostro Marco inizia a cantare dicendo che vorrebbe scrivere di sé per far comprendere a tutti il proprio mondo, perché ritiene che uno dei compiti di un artista sia quello di rivelare le parti più nascoste della propria personalità, esternandole per farle diventare in qualche modo manifeste, evidenti, rendendo consapevoli le altre persone di ciò che prova e sente dentro di sé, raccontando la propria storia, unica e speciale.

Egli si vuole illudere che questa volta il suo pubblico lo stia a sentire mentre compie questo difficile e coraggioso passo: ammette di non avere ancora pienamente le capacità per affrontare la vita nel modo giusto, sente di non avere la benzina necessaria per fare tutti i viaggi che ha in mente, con la spia della riserva sempre accesa, che non gli permette di raggiungere le mete che vorrebbe andare a scoprire ed esplorare.

L’autore poi continua affermando che alla fine è questo quello che fa una canzone, cioè far arrivare al cuore delle persone un’emozione, perché quest’ultima spesso non ci arriva da sola, ma ha bisogno della musica per essere trasmessa nel modo giusto e per toccare le corde più intime dell’animo delle persone.

Marco piazza però un “ma” abbastanza significativo alla fine di questi versi, che fa da preludio al proprio ritorno con la mente alle esperienze dell’infanzia, in cui il bambino non ancora musicista camminava verso la scuola con lo zaino in spalla e con un sogno nel cuore, autentico perché spontaneo, innocente e puro. Quel bambino si sentiva piuttosto solo, forse perché gli altri non condividevano le sue stesse passioni, o perché non era ancora in grado di trasmettere ciò che provava dentro a chi lo circondava.

Alla fine era solo un bambino, con la testa piena di cose, tra le quali la più importante era la musica, che soverchiava tutte le altre, con la speranza di diventare un giorno come gli artisti che ascoltava con tanta passione.

Da tutto questo sono nati la voglia e il desiderio di scrivere canzoni, proprio per proiettare verso l’esterno dei lati della propria interiorità che fino a quel momento aveva lasciato nascosti, senza rivelarli a nessuno.

A questo punto, parte una richiesta, un’implorazione verso un “tu” generico, un’altra persona a cui Marco rivolge la propria preghiera, che può essere una donna amata, un amico o un familiare: egli chiede di non essere fermato proprio adesso cha ha iniziato a suonare e non ha più smesso, cosa che gli ha permesso di tornare a vivere, perché la musica gli ha fornito la forza vitale e l’energia per esprimere i propri sogni e raccontare di sé.

Il nostro cantautore, dopo questa invocazione, ammette che nella propria esistenza ci sono stati alti e bassi, che a volte è stato il primo e altre volte è stato l’ultimo: una cosa importante e significativa è il fatto che dice di aver compiuto tutti i propri passi onestamente, senza mai mentire o cercare di apparire quello che non era.

Il momento delle ammissioni prosegue, perché l’artista dice anche che ha sempre fatto una grande fatica a trovare i versi giusti, che ogni volta il verso giusto sembrava sfuggirgli di mano, che ciò che aveva intenzione di comunicare andasse fatto in maniera diversa, addirittura opposta.

Marco ritorna poi a parlare di quello che in fondo fa ogni canzone, la quale può sia essere accolta con entusiasmo e toccare le corde più intime del cuore, sia passare quasi inosservata, in sordina, se il messaggio che vuole comunicare non viene compreso a fondo o non ha la forza e l’impatto emotivo giusti.

Appare consequenziale e immediato, a questo punto, un nuovo richiamo all’infanzia, in quello che appare essere una sorta di ritornello, nel quale si afferma che non c’è niente di male ad essere un bambino che, mentre cammina con il suo zaino di scuola sulle spalle, si mette a sognare con il cuore, che fa da supporto all’anima, la quale non sempre riesce ad arrivare dove si vorrebbe che arrivasse, perché non trova appoggi negli altri o perché non riesce ad esprimersi compiutamente.

Nella testa di un fanciullo ci sono ovviamente molte cose, perché sogna molto e ha una fervida immaginazione, che lo colloca in luoghi sognanti e meravigliosi, nei quali vorrebbe stare per sempre. Questa immaginazione Marco l’ha tradotta in parole, incominciando a scrivere canzoni, che parlano della sua vita e della sua interiorità, e comunicano ciò che normalmente lui non riesce a comunicare agli altri.

Si ripete dunque la preghiera, l’invocazione fatta al “tu” generico, che non deve fermare il nostro autore, perché ha finalmente cominciato a suonare e non smette più, cosa che lo rende vivo, vitale e lo soddisfa in pieno.

Significativa è a questo proposito la ripetizione del verso “Che sto ancora vivendo”, che conclude la canzone: per Marco scrivere canzone è una cosa che gli permette di vivere pienamente, di realizzare il sogno che aveva da bambino, per trasformare in realtà la bellezza che la sua immaginazione di fanciullo aveva immaginato per la sua vita futura.

Alla fine, ci resta un buon brano pop, dalle sfumature piuttosto malinconiche e ricche di dolcezza, che comunque prende corpo man mano che si sviluppa, con l’inserimento, come detto, di alcuni accordi di chitarra, di un beat lento ma martellante, incisivo, e del suono di strumenti ad arco.

Io credo che Marco, con questa canzone, sia riuscito nel proprio intento, cioè comunicare a tutti quali erano i propri sogni di bambino e dire che il fatto di riuscire a trasmetterli attraverso la scrittura di canzoni è una cosa che gli dona l’ossigeno vitale che gli permette di respirare aria buona, di vivere pienamente e di realizzarsi come persona.

Ritengo che questa sia una cosa molto importante: una canzone, poi, può essere accolta bene o male, ma, se comunica con sincerità e autenticità il proprio messaggio, ha raggiunto il suo scopo e rende soddisfatto di sé chi l’ha scritta, perché mettersi a nudo e rivelarsi è sempre un atto di coraggio e di forza, che secondo me va premiato a prescindere, perché non è assolutamente facile esprimere ciò che si sente dentro e raccontarsi agli altri.

Personalmente, sono rimasto favorevolmente colpito dal messaggio di questo brano, che mi ha in qualche modo commosso e stimolato, perché anch’io ho avuto modo di parlare della mia infanzia all’interno del mio libro, di quando mi sono accostato allo studio della chitarra e del mio rapporto con questo strumento, che mi ha appassionato fin da piccolo.

Leggendo il titolo della canzone, ci si accorge che il nostro Marco vuole quasi essere lasciato libero di sognare, che in fondo è ancora quel bambino che voleva diventare un artista, uno scrittore di canzoni, un autore.

Mi sento vicino a lui anche perché abita nelle mie zone, in Brianza, e si è formato a Vimercate, che si trova a dieci minuti da casa mia: mi fa piacere che un talento emergente, che ha raggiunto il terzo posto ad un concorso intitolato alla grande Mia Martini, sia partito nella sua scalata da un Paese vicino al mio, segno che anche i piccoli Paesi possono esprimere grandi talenti.

La storia raccontata in questo brano mi ha affascinato: sono quindi curioso di ascoltare le prossime canzoni dell’artista, per vedere se il sogno che aveva da bambino si sarà realizzato pienamente e compiutamente.

Ovviamente, gli auguro ogni fortuna e tutto il bene del Mondo, perché credo che se lo meriti, dato che, come ho detto, non è assolutamente facile esprimere ciò che ci angustia, ciò che ci provoca malinconia e tristezza, all’interno di una canzone, trovando le parole giuste per farlo.

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