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Massimo Comi torna con le sue recensioni, e oggi ci parlerà di un Ep di un artista, Antòn, che ormai noi conosciamo molto bene e apprezziamo. Il suo ultimo lavoro racchiude dei brani già proposti e qualcosa che ancora non conoscevamo.

A volte capita che lo scrivere una canzone o un album sia come combattere una battaglia contro ciò che ci circonda, come lottare per cercare di cambiare le cose attraverso le parole e la musica, tirando fuori dalla propria anima i demoni che la affollano e manifestare un senso di ribellione che possa coinvolgere anche chi sta intorno a noi.
Questo secondo me è esattamente quello che fa Anton con il suo disco, che fin dal titolo manifesta chiaramente questa impellente esigenza: una rivoluzione non solo da parte di un singolo, ma universale, quindi di tutti e per tutti.
Mi sembra che, oltre a questa grande spinta a ribellarsi, sia presente nell’album anche un certo senso di autocritica, perché l’autore ammette di aver commesso degli errori, pur non rinnegando alla fine ciò che ha fatto e rapportandosi ad essi con la coscienza pulita di chi sa di aver compiuto determinate azioni perché le riteneva giuste in quel particolare momento e di aver pagato un prezzo per tutto ciò.
La prima canzone del disco, la title-track, manifesta a mio parere proprio questo dualismo fra la necessità di esprimersi e la consapevolezza di aver a volte sbagliato: questi errori Anton arriva alla fine a percepirli in maniera positiva, come se l’album possa rappresentare, fin dall’inizio, una sintesi del suo processo di crescita interiore.
Per esprimere tutto questo viene utilizzata una base sonora piuttosto forte, energica, di carattere, eseguita da una chitarra “ruspante”: non potrebbe essere altrimenti, perché il sound secondo me deve contribuire a rafforzare i concetti che vengono espressi, a sottolineare le emozioni e le sensazioni che si intendono condividere. Più le seconde sono evidenti, esteriorizzate, più il primo deve essere la loro compiuta espressione, la loro diretta manifestazione.
Mi sembra che nell’anima del nostro artista sia presente un fuoco che brucia e fa fatica ad estinguersi, che deve necessariamente trovare sfogo all’esterno, attraverso il messaggio che viene comunicato mediante la musica e le parole.
Ciò che vorrei porre in evidenza è che l’autore, almeno all’inizio, non si sente solo, ma parte di una comunità che la pensa come lui e che viene dalla terra, quindi ama le cose autentiche e non artificiali.

Questo gusto per l’autenticità emerge a mio parere nella seconda canzone, la quale può apparire disfattista, perché afferma che la realtà che ci viene proposta è tutta una bugia, che siamo quindi circondati da qualcosa che ci fanno ritenere vero, reale e autentico, ma che invece si dimostra essere, almeno per Anton, qualcosa di artificiale, che non rispecchia ciò in cui si deve credere veramente e con tutta l’anima e per cui bisogna lottare. Egli chiede a quella che sembra essere la sua lei di vivere il più possibile il momento presente, prima che tutto si oscuri e non rimanga spazio per il vero amore, prima che quest’ultimo venga assorbito dalla falsità che sembra regnare in ogni ambito della realtà: il tempo stringe.

Il disco prosegue con una canzone dai toni apparentemente più calmi, nella quale fa la sua comparsa la chitarra acustica. In essa, appare per la prima volta un simbolo, un’entità a cui l’artista fa riferimento, con la quale si rapporta: egli cerca conferme nella lucentezza della luna, la quale, nonostante lui sia convinto di fare la cosa giusta, sembra oscurarsi, fornendogli un presagio non molto favorevole: Anton, comunque, vuole dimostrare ancora la propria forza d’animo, dicendo che se la luna si oscurerà, lui la maledirà e riuscirà a vivere anche senza la sua ala protettrice. L’immagine della luna sembra quindi riportarci un po’ a quella dell’oscurità, proprio perché essa appare di notte, quando tutto ciò che ci circonda è avvolto dal buio: questo concetto si lega quindi a quello della canzone precedente, nella quale Anton sembra rinnegare tutto quello che gli sta intorno e ha paura che la verità per cui sta combattendo venga sopraffatta dal buio stesso.

Nella quarta canzone l’artista sembra aver maturato una diversa consapevolezza: non parla infatti più di un gruppo di ragazzi stanchi di tutto ed in perenne lotta, ma dice che si trova a combattere, accompagnato dalla sua lei, contro il resto del mondo, come se, oltre alla maledetta luna, egli sia stato abbandonato anche da chi credeva un alleato, qualcuno che condividesse i suoi ideali e la sua battaglia. L’immagine che Anton ha del mondo muta ancora una volta e si tramuta in una lotta di due persone unite dal legame dell’amore, contro tutto e contro tutti.

Sembra quindi che, via via che l’album si sviluppa, l’artista maturi una consapevolezza sempre più forte, quella cioè di trovarsi isolato dal resto del mondo e di non essere sostenuto, come credeva all’inizio, da un grande numero di persone.

Il disco si conclude poi con una canzone che ha il sapore di una ballata e che sembra cambiare ancora le carte in tavola: in essa infatti si dice che esiste un posto migliore in cui rifugiarsi, quindi il brano apre le porte ad una sorta di rinnovata speranza. Non tutto è perduto quindi: esiste un luogo che permette agli ideali di Anton di provare a realizzarsi, di trovare uno sbocco liberatorio e una salvezza insperata, afferrando le mani che gli vengono tese dalla sua lei.

Io nel disco vedo quindi un percorso circolare: si parte con la convinzione di essere in tanti a lottare per un ideale, per una verità che scoperchi tutte le bugie di cui è infarcito il mondo, ma poi ci si vede abbandonare sia dalla luna, che secondo me è una metafora anche della luce in fondo ad un tunnel che sembra non finire mai, sia dalle persone che si credeva fossero alleati.

Questo senso di abbandono trova poi un conforto nella consapevolezza che esiste un posto migliore in cui tutto può ancora accadere e che può aiutare a ritrovare la consapevolezza e la forza che si aveva all’inizio.

Si parte con convinzione, si prosegue con un po’ di disillusione (anche se l’autore dice di essere convinto delle proprie scelte) e si ritorna in qualche modo ad una certa sicurezza.

Al di là del significato delle parole, che può essere opinabile e vario, il disco di Anton mi sembra ben fatto e in alcuni tratti sorprendente, perché l’interpretazione della realtà di Anton subisce dei cambiamenti, con una voce che sa modularsi in base a ciò che deve cantare, che appare quasi mutare nei diversi momenti dell’album: confesso che al primo ascolto mi è sembrato quasi che potesse essere un altro a cantare le canzoni, con il procedere del disco. Questo può essere un pregio, perché sottolinea la varietà di toni e modulazioni che la voce di Anton può assumere: gli unici momenti che non ho apprezzato molto sono quelli in cui la voce cerca di fare degli “strappi”, di trascinare le parole che canta, di cambiare radicalmente e improvvisamente tonalità mentre le pronuncia. Mi sembra che questo sia uno sforzo troppo grande per la vocalità di Anton: ho avuto l’impressione che risenta un po’ di questi “salti vocali”, che la sua intonazione venga un po’ compromessa da questo sforzo.

A parte questo particolare, credo che Anton sia un bravo cantante, adatto a canzoni rock anche un po’ aggressive, perché possiede una voce forte, in grado di adattarsi, di esprimere sentimenti e sensazioni diverse con qualità.

Se il cantato si mantiene sulla linea melodica delle prime due canzoni, risulta essere piuttosto gradevole, ma si può e si deve sempre migliorare, e sono convinto che il nostro artista ha le capacità per farlo.


Fronte della nuova rivoluzione universale (L’album)

https://www.youtube.com/watch?v=0zj3qNsWFjM&list=OLAK5uy_nkYRPJ0C3aoaZC6dT-Eaovy8uMhntPl28


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